mercoledì 24 maggio 2017

Le due poesie presentate a Bologna in Lettere

Le due poesie presentate a Bologna in Lettere. La prima versione, che qui è da ritenersi definitiva, la trovate in Le volpi gridano in giardino. Ringrazio Enzo Campi per l'ospitalità.

                     

                      Voglio dire


Batto il tempo con i chiodi e cerco rime
sopraffine come nice / camice, ano / gozzano
per fare festa freudiana e ancora godere
della parola fantola, per quanto crudele
forse, e malata. E poi, sia detto con chiarezza
rompe di più Caparezza, l'effervescenza
della sua catena non interrotta di motti, o l'odore
lungo del pastore, lurido d'erbe e d'animali
che la poesia civile, oggi, di più il camallo
stramazzato che la politica, spesso, io comunque
adesso, muovo da porta nuziale, attraverso il canto
cauto, lo sformo, seguo, della teoria dei giochi
il suo programma solidale, anche se poesia
tende a / stampa per / niente, a volte, come del resto
il tentacolo senza spettatore, il naufragio
di cui siamo spettri, fragili plettri.  


E dunque mi chiedo: meglio D'Elia, il poeta
che chiama padre Pasolini, o Lina, la bianca pollastra
di Saba, regina serena tra le braccia di Dio?
Ed è più degno il legno o l'amianto, il corpo teso
del discobolo o quello che muove all'obolo
il marmo o il karma, o la Marna, invece, che è roccia
sedimentaria e la prima forma di trincea precaria
dove ricevere la qualità dei tempi e far poesia
come ripete, in Laborintus, il caro estinto
alla vigilia della rivoluzione (linguistica, almeno
e meno fascista dunque) quando al cottolengo
si votava, e senza vergogna, pare. D'altro canto
nemmeno il comunismo s'ha da fare, in quel frangente
ma da dire, appunto o, meglio, in contrappunto
s'ha da smontare.


Però, davvero, ancora mi domando
se questo paravento abbia un senso, se questa messa
in pena valga la cera e quanto o invece
buchi meglio lo scherno l'impiego crudo del vero
con corpi monchi e scalpi o la ferocia
che fa da linfa alle feste del potere
dalle undicimila verghe alle centoventi
di Salò, baionette antiborghesi, vero, anche se poi
tutto rapprende in solida bolla e lancio editoriale.


Eppure la borghesia, forse, per quanto
piccola, e il proletariato e l'ospite indesiderato
sono comode figure, semplificazioni che sporcano
di meno. Ideologie, appunto, tare. O almeno, così pare
se questo il mondo teme e non invece
come credo, la bestia oscena, il maschio
disumano lanciato contro la femmina
motrice, chimera che spaùra perché più dell'uomo penetra
più di lui domina la scena. Forse di questo stiamo parlando
anche quando cantiamo l'amore o la vittoria al palio
quando chiediamo se val bene questo
quello o l'erba in mezzo, come a beato confine
poetando.


Come vedi mi cito, mi chioso
con tutto il corpo che posso, scopro la voce, le voci
che come a Giovanna mi sparlano dentro, per liberare
la faglia, così che spiffero e buio e quanto rimane da dire
come da botte larga escano fuori o da bottega
ch'è un fare felice, se campana, per esempio, nasce
da terra ed ingegno, come in un film di Tarkosvkij
o da una poesia di suo padre, dove "l’erba come un flauto
- d'improvviso - cominciava a suonare".


Io credo, davvero, che di traverso
si metta comunque l'uomo, non il verso
e che quanto piace al mondo sia greve, unto
come l'amaro Belice e la calce viva sui corpi
a Dachau. E credo, anche, alla complicazione
radicale, che non è un partito
ma un'idea, un segno d'affetto verso il vero
e, il mio, un omaggio a Sanguineti.
Complicazione, dico, non sabotaggio, ronda
o l'invasione del Sudeti, bensì il volo
suadente di Palomar dentro l'onda o il radente
suo scrutare l'infinito, l’ascolto dell'amore tuo
nervoso e di chi ancora respira laggiù, lumino
zoppo dei morti, cuore remoto.



Incanto



compro corpo smontabile per serate
a villa certosa. e termometro vaginale
pininfarina. cerco macchina per lavanda
gastrica, massima riservatezza.

regalo la primavera araba o permuto
con risorgimento italiano. compro regolo
ostetrico per gravidanza democratica.
parto domani: affittasi libertà vigilata.

Vendo foto di marilyn per atti impuri. regalo
se serve, vento e vasellina. compro la vita agra
senza ricetta o scambio con donna letale.
insegno a scendere le scale tenendomi al laccio.

smonto teoremi e piccole chiese. sbanco terra
promessa. cerco garanzie sulla morte di Dio.
offro collezione in plastica di falle e reliquie
praticamente eterne.

cerco tempo che non aspetti. e spazio nei cuori.
cerco a come amore, b come seconda chance.
offro correzione onanista a maternità sgradita.
presto le dita a personalità monca.

compro fumo afgano con rudere. no corpi
carbonizzati né madri o piccoli bastardi. vendo
gagliardetto fascista e ritratto del presidente.
missile intelligente cerca mina brillante.

seleziono razze. no negri o gialli. no ebrei.
seziono gemelli e profili ariani. cerco pelle
da conciare per magnifico gilè. e denti per
bottoni. elimino gratis vicini di casa.

offresi compagnia casta a signora perversa.
regalo topolino bianco sodomita, vera occasione.
cedo parete nord per carezze artiche.
cerco lingua ruvida che solluccheri. no yeti.

scrivo poesie e porcate. regalo balbettio
d'amore a legionario di bergerac. insegno carattere
orale, anale e cuneiforme. uomo pigro offresi
per pausa pranzo.

scambio glicemia con colesterolo. presto
referenze all'uomo invisibile. pratico inseminazione
padana. mezzano disposto ad ingoiare veleno,
vende storia commovente.

baratto collera di amleto con collirio. e ghetto
con gatto, gitto con altro verbo arcaico.
compro sentenza d'assoluzione o scambio
con la fine di questo incanto. cedo la parola.




Stefano Guglielmin






venerdì 5 maggio 2017

Raffaele Marone: Camminata contemporanea. A Beirut, ad esempio


Museo nazionale di Beirut (foto di R. Marone)

Una specie di deformazione professionale: chi per lavoro immagina spazi, quando arriva per la prima volta in un sito, sia esso antropizzato o di natura, andandosene in giro comincia a guardarlo come se dovesse abitarci, o come se dovesse pensare lì un disegno che lo trasformi, per abitarlo. La mente comincia a selezionare elementi da raccordare, fili ideali da congiungere, per istruire una interpretazione che è già immaginazione di una possibilità nuova di abitare.

Ma a Beirut quel tipo di sguardo, più o meno fecondo in altri luoghi,  sembra richiedere un cambio di attitudine.  Attraversando la città, innumerevoli cantieri segnati da altissime gru e scavi profondi, facciate bucherellate da migliaia di fori di proiettile esplosi durante i lunghi anni della guerra civile, vaste aree archeologiche, alti muri sovrastati da enormi rotoli di filo spinato, grattacieli scintillanti, grandi e desolati spazi vuoti, vecchie case cadenti, moschee e chiese… e poi lingue diverse che si incrociano ovunque, tante fedi diverse che si incrociano, soldati con i mitra spianati e mendicanti, donne all’ultima moda e sacerdoti di mille chiese… una moltitudine di strati di materiali e di immateriali diversi si affastellano, si sovrappongono, si giustappongono rendendo inestricabile l’accumulo di segni.
Così ti rendi conto che lo stereotipo di Beirut “soglia tra Oriente e Occidente”, che come uno slogan ha potuto spiegare in estrema sintesi il senso della città fino al secolo scorso, non può più essere il piano su cui fondarne un’interpretazione attraverso l’abitare oggi (ogni abitare è un interpretare).

Qui ogni volta che si tende un filo mentale tra un frammento di senso e un altro, il filo si spezza, o un capo non raggiunge quel che vorrebbe legare, oppure si attorciglia.
Ci vuole uno sguardo archeologico che scava, riconosce, pulisce, e mette da parte. Lo sguardo archeologico ha quel distacco dall’oggetto osservato che Agamben ritiene indispensabile per carpire la contemporaneità.

La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo. Coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che combaciano in ogni punto perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa.
(da “Che cos’è il contemporaneo”, 2010)

Sfalsarsi. Chi abita la contemporaneità cerca non più solo tracce che possano ricostruire antiche narrazioni che, rendendone riconoscibili le differenze tra esse, restituiscano convivenze un tempo possibili. Chi abita la contemporaneità piuttosto cerca frammenti di elementi che appaiano potenzialmente dialoganti per tessere trame nuove tra gli uomini. Quindi può trovare forme nuove alle cose degli uomini e significati inattesi, generati dal solo desiderio di vivere in pace: un abitare allo stato nascente.

La capitale del Libano di oggi non è altro che un ingrandimento al microscopio, una zoomata profonda dentro l’indistinto ovvero quel che è gran parte del mondo contemporaneo. Anche là dove sembra che le identità sociali e culturali siano più circostanziate e stabili si possono ritrovare quegli stessi affastellamenti, sovrapposizioni, giustapposizioni di frammenti che spesso originano conflitti.

Beirut appare allora come paradigma di ogni città del mondo e torna in mente il Celati del “Bazar archeologico” (1975).

…frammenti, oggetti, relitti d’un passato ormai privo di contesto, rovine della storia oramai perdute per la storia: nuovi silenzi che sorgono là dove poco prima c’era un linguaggio capace di parlare dell’esperienza originale e delle motivazioni di quegli oggetti… oggetti segnati da un taglio storico che li rende spaesati o spaesanti, e in cui è proprio la perdita dell’origine a creare il loro interesse di oggetti di riflusso, finora dimenticati. È il bazar al posto del museo, nel senso che gli insiemi di oggetti di un bazar si organizzano secondo una tassonomia fluttuante, non consegnata alla logica di una classificazione che funga da autorità impersonale… è insomma l’oggetto dimenticato che emerge come scarto o detrito di un contesto inabissatosi, e di cui non si può raccontare la storia… Ma con questi oggetti non c’è identificazione possibile: le motivazioni che li hanno prodotti non sono quelle per cui noi li ricerchiamo e li disseppelliamo dall’oblio… raccolta di tracce di sistemi scomparsi, la cui testimonianza è solo testimonianza di un taglio.


Un possibile abitare la contemporaneità sta nel lavorare dentro quel taglio che ha generato quei “relitti d’un passato ormai privo di contesto”, senza l’imperativo concettuale di ricucire; con distacco, per quanto possa essere difficile.


Il lavoro di Raffaele Marone  (Napoli 1960) attraversa l’architettura, le arti visive, la musica, la poesia.
Sue poesie sono state pubblicate su “Le Voci della Luna” e, in rete, su “Blanc de ta nuque”.
Ha ricevuto dei riconoscimenti al Premio di poesia Montano.
Ha pubblicato libri, progetti e saggi di architettura, tra cui i più recenti Fare luoghi. Abitare come arte d’insieme (2015) e Architetture di terre con un mare in mezzo. La porosità come carattere mediterraneo (2016).

lunedì 17 aprile 2017

Roberto Martinez Bachrich su Erika Reginato



Erika Reginato, GIORNO DI SAN GIUSEPPE. Día de San José Versione bilingue. Raffaelli editore, Italia, 2016.


La grafia tremante della sua dedica ricorda l’ombra dello sguardo, contrario alla poetessa con cui, a volte, parlo. Ma è lei. Leggere il suo libro è confermare la sua logica paradossale. Le sue poesie sono tessute in quattro territori che hanno molto in comune: "Il lutto", "La malattia", "L'addio" e "L'incontro". Sorprende la voce di Erika, il suo dialogo aperto, a fronte dei fantasmi che la precedono.

Qua non c'è paura, non c'è contemplazione per assumere in famiglia le presenze sotto-terrene. L'oscuro segna il libro, però una striscia di chiarezza va tracciando il cammino. La voce di Erika Reginato, il suo modo di guardare intorno a sé, il suo modo di sentire quello che porta dentro senza paura, ha quella saggezza particolare di chi sa farsi un posto nella luce a patire dall'ombra per così salvarsi.

Vecchio topos: l'oscuro illumina, l'ombra riesce a lanciare le sue fiammate. Il padre e il nonno sono i personaggi protagonisti. Si dialoga direttamente con loro. Il filo che la unisce non è solo quello del ricordo o del sonno. La connessione e più profonda: la morte, sotto o sopra, fuori o dentro, sa mettere in ordine le parole. Il suo segno garantisce alcuni metodi della comunicazione.

La sezione iniziale del libro "Il lutto", è il primo canale di quel dialogo diretto, il dolore recente della perdita, obbliga l’essere a depennare quel dialogo. Si cerca il corpo a corpo, si rifiuta la distanza: ma da lontano / vedo la tua mano magra / avvicinala...E poi scrive: trascinami con te /fino al sepolcro...

Si sente la mancanza, si cerca di rafforzare (concludere), il non finito. L'essere si sente male per non aver potuto conoscere sufficientemente bene gli antenati. In quella voragine aspetta la parte che lo può unificare: Sotto lo spessore /nella terra /staremo insieme /Riceverai l'altra parte di me /un tesoro /Padre...

È "La malattia" la sezione più sensibile del libro di poesie. La delicatezza e la tenerezza di quando  parlava con il Padre non ci sono più. L'essere è da solo, davanti allo spessore del suo sangue, davanti alla sua propria ombra: "Comincio a toccarmi /l'inizio dell'errare /i frammenti del mio spessore..."

La sintassi perde sottigliezza, adesso è attorno al concreto, in un posto secco, già che la morte nel sangue non concede armonia: Vomito il mio vuoto /amo /imputridisco /in questa diagnosi...  Comincia il dubbio, la lotta tra la vita e la morte, il terribile suono del movimento della bilancia: Sospesa /su catene /sto in equilibrio... Ritorna la paura e se ne va via. La vicinanza delle ombre insinua una strana pace, una lucidità originale, una palpazione curiosa, cosciente del suo rischio: Con cautela osservo /le forme scure /che si fermano /sulla soglia...

Esistono metafore che uccidono, assicura Susan Sontang in alcuni dei suoi libri sulla malattia. La poeta Erika Reginato spoglia la malattia delle sue metafore non guarite e la ricostruisce dal proprio sentire, a partire della convivenza quotidiana con – la malattia - che smette d’essere, perché diventa parte di sé stesso: non è più un organo particolare è il proprio corpo ma è parte indivisibile del tutto. Assumere la malattia –assumerla, e vederla, vedersi per scrivere e descriversi, con la disposizione di sentirsi e palparsi a partire dalla parola più reale (in questo caso è la parola poetica) è in un certo modo, salvarsi. 

"L'addio" e "L'incontro" saranno variazioni dalla stessa partenza. L'essere saluta per ultima volta sua infanzia, suo padre e suo nonno. Da lontano quelle presenze abbracciano la poetessa, si avvicinano per consolarla o per aiutarla a ridere. L'essere rimane per fare le condoglianze a se stesso. L’annunzio del commiato è quasi amabile, la partenza è silenziosa, sottilmente musicale: In mezzo alla notte scopro /la fine della distanza/il passare dei giorni...

È anche un viavai dello sguardo davanti all'ombra che fa ritornare il dubbio: Potrò dormire lentamente/nel pozzo?...

Si cerca una semantica nuova, spoglia di cariche simboliche vuote, in favore di una dimensione significativa allo sguardo personale. Qua: I fiori non si muovono. Là: Non sei nel deserto /solamente ti riposi /dopo il cammino. Perché per l'essere: La tempesta non finisce //Avanza /nel mio ventre...

La lucidità assoluta arriva alla sentenza quando gli occhi si aprono davanti al mistero. Si prefigurerà così, il doloroso e desiderato incontro: Cerco nell'oscurità /le ceneri /la distanza /la fine.

La vita, la morte, la scrittura non sempre appartengono alla logica suprema: i paradossi, percettibili o no, si portano nelle vene.




Poesie da Giorno di San Giuseppe


La vita è una canzone d’amore
diceva Giuseppe.

Amore per un paesaggio,
per il sole che muove le sue ali
con lentezza.

Il tetto era il cielo,
la casa era la terra,
lui se ne andò
quando vide tra le sue mani
scorrere la nebbia.

Volle volare e si avvicinò
al rituale di morte.

Tese il collo
guardava il tetto dal balcone,
la quiete,
il fumo delle candele
da poco spente.

.-.-.

Oggi mio Padre
mi accarezza la spalla.

Mangia le zanzare
della tenuta L’Incanto,
fa il bagno nel fiume.

Dorme
sotto alberi di acacia,
trema
all’alba.

Mio padre ha sete,
getta spine di legno
dal cielo.




I fantasmi
pronunciano il mio nome.

Aprono e chiudono
le porte delle stanze,
sibilano le loro pene in corridoio.

In ginocchio
supplico Dio
per un istante di silenzio.

Abbasso la testa
con un po’ di fastidio.
In mezzo alla notte scopro
la fine della distanza,
il passare dei giorni.

I fantasmi fumano nella mia stanza.

Annunciano l’addio.


.-.-.


Le lenzuola di mio padre
non si potranno usare.

Quando si alzava la marea
dava ali alle vele.

Su la randa.
Giù la randa.

Non si fermava mai.

Ma una notte si fermò
cinque volte.

La prima
in cucina,
la seconda
vicino alla finestra,
la terza
accese la luce,
la quarta
con il petto aperto
si guardò allo specchio.

L’ultima volta
naufragò nella pena.

.-.-.-


I

La vita sfugge
dal mio fianco destro.

Ascolto le promesse
le preghiere per il ritorno
la voce della veglia
della fame.

Mi perdo
tra le mura grigie
di questa stanza.

Con cautela osservo
le forme scure
che si fermano
sulla soglia.

Comincio a toccarmi
l’inizio dell’errare
i frammenti del mio spessore.

-.-
III


Sospesa
su catene
sto in equilibrio.

Sola
in alto
lotto col freddo
sopportando le crepe.

In coma
ho sudato
la tua ubriachezza.






Erika Reginato è nata a Caracas, nel1977, vive attualmente nel vicentino. Poetessa italo-venezuelana, saggista e traduttrice. Si è laureata in Lettere presso l’Università Centrale del Venezuela. Tra i suoi libri di poesia: Día de San José (Caracas, 1999), Campocroce, 2000-2007 (edizione bilingue, Mantova, 2008),  Campo Croce, antologia poetica 1999-2008 (Venezuela, 2008). Il saggio in spagnolo Cuatro estaciones para Ungaretti (Caracas, 2003). In Venezuela ha pubblicato sue ricerche e traduzioni, tra cui Antologia poetica di Milo De Angelis, (versione bilingue, 2007), El bar del tiempo di Davide Rondoni (versione bilingue, 2008), la selezione di poeti italiani Caminos del Agua (versione  bilingue, 18 poeti del secondo Novecento, 2008),  El trazo infinito del universo, antologia di poeti italiani contemporanei (28 poeti, versione bilingue, 2013). Con Raffaelli ha pubblicato il libro di poesie Gli Eletti (versione bilingue, 2013) vincitrice del 40º Premio Internazionale della Fondazione Culturale G. Arnone “opera straniera tradotta in italiano”. Le sue poesie si trovano nelle antologie italiane: La nuova poesia dell’America Latina (selezione del poeta Loretto Rafanelli, 2015) e Giovane poesia latinoamericana (selezione di Mario Meléndez, Raffaelli editore 2015).



Roberto Martínez Bachrich (Valencia, 1977). Es profesor del Departamento de Literatura Latinoamericana de la Escuela de Letras de la Universidad Central de Venezuela. Magister en Técnicas de la Narración por la Scuola Holden (Turín), Magister en Estudios Literarios en la UCV. Ha publicado los libros Desencuentros (1998), Vulgar (2000), Las noches de cobalto (2002), Las guerras íntimas (2011), Tiempo hendido (2012), La voz del animal (2013). En 2010 recibió el X Premio Anual Transgenérico de la Fundación para la Cultura Urbana.


domenica 9 aprile 2017

Poesie di Stefano Guglielmin tradotte in bulgaro da Emilia Mirazchiyska


Sono uscite alcune mie poesie, tratte da Ciao cari, sul sito bulgaro Free Society Poetry
grazie alle buone parole della poetessa Beloslava Dimitrova 
e della traduttrice Emilia Mirazchiyska


mercoledì 15 marzo 2017

Pier Damiano Ori su Pierangela Rossi


Propongo un beve ragionamento sull'ultimo libro di Pierangela Rossi, Avventure di un corpoanima, appena uscito da puntoacapo con una introduzione di Filippo Ravizza; raccoglie i due libri,penso di esordio,Conchiglie (1993) e Crisolito, questo un vero e proprio poemetto uscito sulla rivista Steve fra il 2002 e il 2003.

Intanto il titolo: Corpoanima è un neologismo d'autore efficace, plurale, nuovo, ma anche di antica tradizione, dal Nuovo Mondo; nella mia lettura arriva dritto dritto dalla espressione "trascendentalista" di Emerson e Thoreau:quel sentire non solo forte ma certo che le cose che ci circondano, i fatti che accadono, ci riportano e soprattutto hanno a che fare con altro. Questo altro nella poesia di Pierangela Rossi è sia la materia, sia la capacità insita in essa di testimoniare (al di là dell'accadere delle parole) la propria, sempre remota origine.

L'autrice esegue questa impresa raccontando (e dentro il racconto evocando) i casi quotidiani, le abitudini, gli spostamenti di umore e desiderio, suggerendone sempre, però, la loro significante extraterritorialità. Questo, a mio avviso, il legame, più che tematico empatico, fra Conchiglie e Crisolito. Legame autentico, ma mobile, come vedremo.

Conchiglie propone una poesia "selvatica", sempre elegante nel linguaggio, ma molto diversa da quella che conosciamo ora dell'autrice; lontana, in particolare, dalla sorvegliatissima trama metaforica e filosofica di Carte del tempo, il suo importantissimo libro del, mi sembra, 2015.

Rilevo, in Conchiglie, una maggiore enfasi nella costruzione del testo, naturalmente indice di una ricerca, non di una lingua, (che già è salda e sofistica e efficace), di un posizionamento esistenziale, interiore con quelle "persiane messe lì / da chissà quale dio operaio".
Si avverte moltissimo, come poi sarà nel prosieguo di tutta la sua opera ,il peso specifico che l'autrice dona alle singole parole, al di là della composizione nel verso, per altro sempre rigoroso e molte volte sorprendente. Qui, Pierangela Rossi è come in attesa del suo discorso più ampio, lo evoca e lo prepara. Lo troverà pienamente, e con cifra personalissima, nei libri che seguiranno, mai tradendo però questa intima stringatezza di lingua ed emozione che crea un cortocircuito, appunto emotivo, che pochi poeti italiani sanno dare con altrettanta limpidezza.
"Mette la vita / in allarme di morte: / invisibile lo senti / lavorare di rincorsa."
E anche: "paracadute elicotteri e streghe / da bambini erano nomi di fiori."
E ancora: "della conchiglia tu / hai sentito l'abbraccio / io sento il sono del mare // il dentro del fuori conosco."

Crisolito è un'altra storia. Una diversa vicenda poetica, non solo un già differente posizionamento esistenziale. Dedicato al marito Paolo, inizia affermando: "voglio nominarti piano piano."

Rimanendo fermo il già acquisito senso fortissimo del peso specifico della singola parola, di cui dicevo, qui è la struttura della scrittura a diventa protagonista di una vicenda poetica e autoriale che, sempre, mi sembra di potere dire, ha variato negli anni fra questi due poli, facendo della poesia di Pierangela Rossi una scrittura di pluralità, pur rimanendo così fortemente fedele all'intenzione iniziale (mi verrebbe da dire ontologica) della presenza del trascendente nell'immanenza. Presenza educata, non invasiva, che non toglie nulla alla evidente materialità delle cose e alla certezza empirica dei fatti.

Il grande merito di Crisolito è appunto che mai gli occhi dell'autrice sono distolti dalla realtà, dalle cose, dalle persone che ne sono l’origine, ma il verso e con lui l’emozione e il pensiero che la sostiene iniziano a volare alto, molto alto.
"Impercepito e chiuso / fantasma dell'oltranza / leva del disessere svelata".
E anche: "Come inabitata dall'assenza mi dirigo / al centro intimo di me/guarda."
Qui suona Emily Dickinson, ma la musica di Emily è senza alcun dubbio suonata dal piano di Pierangela. È una influenza fertile, autonoma, destinata nei libri che seguiranno a portare una voce singolarissima, riconoscibilissima, elevata e semplice nella scena della poesia italiana di oggi.

Mi sembra che Pierangela Rossi, da Crisolito in poi, quindi quasi da subito, esegua un continuo passaggio dal pensare il fare poetico ad eseguire la poesia della vita quotidiana, la sua, governando però questa esperienza come all’interno di un più vasto spontaneo "sistema di pensiero" in cui collocare l'esiste. Conchiglie e Crisolito sono stati l'inizio di un percorso autoriale alto, dagli esiti plurali ma coerenti, che segnano da allora ad oggi una poesia sempre emozionante, ardita a volte e (questo è il grado di fusione che ne fa una poesia cruciale in questi decenni) consapevolissima.





Pierangela Rossi, Avventure di un corpoanima, puntoacapo 2017



da Conchiglie



tu eri l'oro maturo
io ero
la luna nera
che ti mancava

per amore ci siamo amati
per ridestarci fusi
al chiaroscuro una sera
occhi negli occhi belli,
castani

7 maggio 1984


***


della conchiglia tu
hai sentito l'abbraccio

io sento il suono del mare

il dentro del fuori conosco

28 novembre 1984


***


Dans les tournures de ma chair
demeurent mes coeurs
les yeux cachés 
les choses sans lieu
légères et frissonnantes: moi

(Nelle pieghe della mia carne / dimorano i miei cuori / gli occhi nascosti /
le cose senza luogo / leggere e scosse da brividi: me)

1985


***



dal poemetto Crisolito




quando ti sono postuma ti ritrai
negando il nesso
tra suono e pensiero pensato.
Era il corpo che parlava le sue voci 
sottili. Attutito, l'intorno
al greve 
che credevamo d'essere àncora e ancòra

stasera ti mostrerò i capelli
e smetterò di parlare con l'ingiro corpo
la voce se ricordi serviva per parlare
di cose inusuali: c'è oggi il sole
o il tempo del malumore (inesausta 
carezza certezza a rinfrancare i giorni)

tu custodivi dormendo
la figura in clausura

tenere i cancellati giorni a te
turista là dove più nascosto
è il dire a segno o verbo
diverbio dell'intercalare
confusivo eloquio di persone
ciononostante vivo o viva se

a cifra, segno insolito dell'abbandono a te
la costante presenza dell'uno all'altra
resa così che riscrivere dovrei 
la storia al lieto lietissimo indizio finale


***


lo scisma al punto interno
lacerato all'esterno si mostrava
nova salus nel silenzio rumoroso
dolore in ectoplasma, denunciato
infermo da similprotesi

questo sangue versato interno
fuoco fatuo peso del vuoto interstiziale
inedito  allusivo incorporo dei media
vene spazi opposti all'univoco del male


corpo dilemma divaricato
esito del respiro franto
un ancipite dislega


***


il tuo corpo a me si fa parola
o più sintagma e cerco
le sillabe che illudono il nulla
congruente ancora 
di numerose sedi metonimiche
assumendo a proprio evento i ritmi circadiani

a retroverso e crittografata
tu cominciavi dove io finivo


***


(il poeta) come tutti ha un corpo solo
fatuo o desolato traversato
dagli immensi meridiani
della terra, al centro un vuoto
esasperato nòcciolo di fuoco 
turbamento eventuale, logo
del vulcano un tempo.
Attardato ai sensi da accordare
in sentimento o ciclo o pelle o anima

più non si sa dove, più non sa che le parole
sono così spesso carne.
   (il poeta) è un corpo solo
arruffa speme
seme di inquietudini
dormienti il giorno
in un risveglio prossimo 
all'assenza o confusione
di pensieri in tracce 
(pensieri di pensieri)
  (il poeta) è un corpo solo
inesatto nell'accento e di parole 
trasformate ad arte più concreta
d'esser vivi- Quando scrive 
ha un corpo imperfettamente teso
all'apparire del sovrasenso bisbigliato
povero, già destinato

sempre al limite riprendersi
quel tutto dato a incanto
dispiegata forma dell'ineguale
all'esercizio del nascondere 
e parlare di tempo, di tempo, di tempo
di che tempo fa in questo esatto 
punto del continente australe
arrovesciato svolto il corpo dell'attesa




Pierangela Rossi è nata a Gallarate (Varese) nel 1956. Ha pubblicato le raccolte di poesia “Coclea e Kata” (Campanotto), “Zabargad” (Book editore), “Crisolito” (sulla rivista “Steve”), “Kairos” (Aragno, finalista nella terzina del Viareggio-Rèpaci), “Zenit” (Raffaelli), “Ali di colomba”, “Punti d’amore” , il libro di poetica “Intorno alla poesia” (Campanotto), “Euridice” (sulla rivista “Incroci”), “Euridice e l’Haiku” (LietoColle), (Campanotto) e le  plaquette “Conchiglie”,  “A Paolo” (Pulcinoelefante), “A Paolo” (M.me Webb,)., “Avventure di un corpoanima” (puntoacapo).  E’ autrice di saggi di critica d’arte, tra cui “La cucina del senso” (Martano), “Gli specchi abominevoli” (Dov’è la tigre), “Una promessa di felicità” (Cantoni), “C’era una volta” (Legnano) e “I limiti dell’arte” (Il dialogo). Ha collaborato con artisti con propri testi poetici. Vive a Milano, dove collabora ad “Avvenire” e a “Studi Cattolici”.


domenica 5 marzo 2017

Gabriele Pepe


Gabriele Pepe è un vecchio amico di Blanc, di cui mi sono già occupato nel 2006 quando uscì, a cura di Erminia Passannanti, il volume collettivo Poesia del dissenso II (Joker).

Pubblico ora questo suo poemetto inedito, costruito sull’attenzione alla parola e al ritmo – che si è fatto negli anni meno compulsivo, per dare invece spazio al discorso, che si vuole immaginifico anziché astratto, sintetico – e sull’infiammarsi della passione, che riempie l’attimo fugace. Passione per la vita, anzitutto, e per il piacere dello sguardo quando la interroga nel suo farsi e nel suo disfarsi, secondo parametri cari al razionalismo illuminista e, nel contempo, al gioco fonematico, che è proprio dell’orecchio fanciullo del poeta.



1.
Necessario, a volte, immergersi in un intimo spiraglio:
farsi frammento clandestino d'un calendario umano
il rintocco residuo di un tempo mai cronometrato

e immaginare meridiani e paralleli inquieti
fino all'estremo di un orizzonte obliquo
appeso all'attimo incoerente quando lo spazio
distorce la matrice e precipitano visioni
presagi archetipali di solstizi ed equinozi

ben oltre la dottrina dei nostri sguardi indagatori
che, come steli di pupilla, oscillano tra luce ed eclissi

Nel mito del concreto, frequenza e costanza d'onda,
di vita in  vita, la vita, vivendo, s'infiamma.
Fragile e densa carne di stella
nel fulcro dei sensi collassa e s'irradia
raggio per raggio, pigreco miraggio,
giostra e giostraio del palio mentale.

Il vento indifferente agita ancora
le dotte affermazioni di filosofi e scienziati
gli ultramondi sensibili di santi e sciamani.
Scende insolente la pioggia. Senza contegno liquida:
memorabili tesi, argute teorie, incrollabili certezze
nel luccichio sapiente d'acque dolci e salmastre.
Brucia assoluto nei campi del vuoto
il fiore quantico dell'infinito mutare:
da fiamme a fibre, bagliore di nervi
siamo un dardo cosciente di luce che genera forme
e polvere alla polvere, cenere alla cenere
ogni scintilla torna al fuoco originale

Ma conquistare l'ignoto alquanto ci costa:
un patrimonio faticosamente accumulato di gesti
fin troppo dissoluti, ineffabili crudezze, nodali
esperienze sperperate a braccia conserte e passi felpati

Forse se avessimo tentato un'altra insurrezione
una rivolta nuova senza mai  sfiorare il grilletto
incandescente delle parole dolorose;
se avessimo parlato una lingua accorta
senza  mai vendicare quel barlume a volte
insofferente a volte rassegnato che ci precede
tra il battere di ciglia e l'eco delle palpebre
forse staremmo tutti bene e ancora del tutto vivi



2.
Tra basso cielo e vasta terra  concedersi una tregua:
una promessa di purezza totalmente disarmata
il nostro armamentario inferno deposto per la resa

e aprirsi al perdonare come sempre fa la retina
ogni qualvolta che, nel suo duplice affabulare,
il mondo capovolge spacciandolo per vero.
Simulacro intellegibile tutto mirato a lucido
sottoposto a ragionevole interpretazione

ben oltre i sacri canoni del giorno e della notte
le ambigue  volontà del sonno e della veglia

Perché materia ardente materia oscura,
progetto sintomatico dell'endoverso,
qualunque fosse all'origine la causa del dividere
l'oggetto del comprendere, in conclusione
ignari come fragili conchiglie gettati a capofitto
tra le scabrosità dell'ego, guerreggiando, stiamo.

Sperduti a dismisura in ogni pianto nascituro,
e luogo alieno a qualunque verità di fuga
senza requie: respiro per singolo  respiro.
Un velo esteso dentro e fuori e tutt'intorno
come se al mondo fosse un altro del tutto estraneo
al ciclo circadiano a sognare l'umanità che erige
il sogno quotidiano dei fatti e dei misfatti.
Per tutto il resto di certo non bastano le  forze
che appena avanzano a porgersi domande
che ansiose tremano e volteggiano nell'aria
in trepidante attesa che oracolo risponda,
sperando, invano, che orecchio le raccolga

Istante per istante, sorge e risorge il moto
dei pianeti: e nel punto preciso, incrocio di creato
e ricreato, si compie l'ennesima illusione: il trucco
del coniglio che spunta dal cilindro del mago universale..

Forse se avessimo guardato da un altro punto d'osservazione,
diretto, con mirabile saggenza, l'intero caleidoscopio
su cieli assenti e galassie tra gli specchi
senza mai contestare il prodotto eterno lordo
del buio e della luce;se avessimo solo goduto
il senso univoco dei fiori e dei colori,
senza mai offuscare il lume dell'artista
forse staremmo tutti in pace, finalmente liberi



3.
Concedersi di tanto in tanto il dolce lusso
il sano dubbio : è meglio stare oppure andare?
Ma nulla a questo mondo è davvero bifocale

Se un passo segue l'altro, una è l'orma che lasciamo.
Che sia traccia indelebile impressa quasi in vuoto,
grande balzo del genio umano a spasso sulla luna,
che sia l'impronta fossile del pensiero vestigiale,
uno e soltanto uno è il calco che affondiamo

ben oltre le frenetiche scalate, le atroci scorribande,
le nevi, il fango, l'erba cruda, e il buio da squarciare.

Perché, a memoria d'uomo, le cause del partire
le contrastanti e solitarie ragioni del restare
di pari passo vanno lungo le anguste vie
che corrono e attraversano ogni dannata storia:
siamo le piste insanguinate dell'ultimo bisonte,
le irriducibili barricate prima dell'orrido sentiero

E dunque rinnegarsi a decifrare eventi:
soggetto oggetto; causa effetto; esterno interno.
Quel complesso intento, quel rito tutto biologico
che ad ogni costo vuole sempre travasare senso
in un compendio logico a misura di cervello
come se lingua e segni del cammino ci  appartenessero
incisi a fuoco tra le rughe della fronte, le valvole
del cuore, il vorticoso eccedere di formule e preghiere.
Le presunzioni, dicono, rendono l'uomo scaltro
perfettamente in grado di comprendere
con le dovute cautele il sonno delle rocce,
l'onore delle querce, il sapore delle nuvole

Ma infine scienza o metascienza quel che forse
a malapena emerge dall'utero del mondo
è un'esigenza chimica che aspira al cielo
una ghirlanda accesa tra le pieghe della sera